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Eutanasia infantile/1: il Protocollo di Groningen

Nella primavera 2006 l’Olanda ha incaricato una commissione di regolare l’eutanasia pediatrica. L’Olanda è il primo paese al mondo a valutare la possibilità di permettere legalmente l’interruzione della sofferenza di bambini affetti da terribili malattie. Nei casi in cui l’interruzione della sofferenza può coincidere solamente con l’interruzione delle loro vite. La storia della piccola Chanou illustra la drammatica condizione di una bimba nata con una patologia incurabile e che rende la sua vita insopportabile. La piccola nasce nel 2000 con una grave anomalia metabolica; piange continuamente, soffre e prova intenso dolore non appena la si sfiora. Viene nutrita artificialmente fin dalla nascita; ha una prospettiva di vita (dolorosa) inferiore ai tre anni. I genitori Frank e Anita implorano i medici di farla smettere di soffrire. Quando Chanou ha sette mesi le è sospesa l’alimentazione e somministrata della morfina. Secondo i genitori la bimba ha sofferto anche troppo a lungo, più di quanto avrebbe dovuto. In Olanda i medici hanno aiutato a morire alcuni bambini tanto gravemente ammalati, con il consenso dei genitori, anzi in seguito alla richiesta di porre fine alle sofferenze dei propri figli. Ma questi medici convivono con il timore di essere perseguiti per omicidio. Per questa ragione il problema è stato sottoposto all’attenzione del governo olandese. Secondo molti medici la possibilità di ricorrere all’eutanasia pediatrica alla luce del sole può essere un passo di fondamentale importanza. Eduard Verhagen, direttore di una Clinica Pediatrica a Groningen, ha stilato delle Linee Guida (il cosiddetto Protocollo di Groningen) che sono state sottoposte al governo olandese, che contrariamente a quello indigeno non si è sottratto dall’affrontare una questione tanto delicata e discussa.
Le argomentazioni di Verhagen a favore dell’eutanasia infantile sono convincenti e ragionevoli: se un bambino è condannato a morire senza avere alcuna possibilità di guarigione, non sarebbe giusto evitargli tutta quella sofferenza che intercorre tra ‘adesso’ e l’inevitabile morte (spesso imminente, ma in ogni modo prevista entro un breve periodo di tempo)? E ancora, se si ammette, in simili circostanze, di lasciare morire il bimbo sospendendo i trattamenti e l’alimentazione, perché non si dovrebbe ammettere la somministrazione di una sostanza letale? L’ammissibilità dell’eutanasia passiva è abbastanza condivisa di fronte ad una grave malattia incurabile; ma quando dal lasciar morire si passa al provocare la morte direttamente, l’accettazione muta in condanna. Basta immaginare uno scenario diverso per capire che dal punto di vista morale, in verità, non esiste una simile differenza. Come domanda Verhagen: c’è forse una differenza tra il guardare un uomo annegare senza alzare un dito e spingerlo in acqua?

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